Nel teatro la qualità di una scena non dipende solo dalla tecnica, ma da dove finisce l’attenzione dell’attore: su se stesso o su qualcosa di vivo fuori da sé. Il libro L’attore e il bersaglio di Declan Donnellan resta importante proprio perché sposta il lavoro dal controllo alla relazione, dal ripiegamento interiore all’azione scenica. Qui trovi una lettura chiara del suo metodo, di cosa significa davvero “bersaglio” e di come usarlo in prova senza trasformarlo in una formula rigida.
In breve, Donnellan propone una recitazione che nasce dall’azione e non dall’ansia di riuscire
- Il libro è un manuale di recitazione pratico, pensato per aiutare l’attore a superare il blocco.
- Il “bersaglio” non è uno slogan: è il punto reale verso cui si dirige l’energia della scena.
- La forza del testo sta nel ridurre l’autocontrollo e nel rendere più chiara la relazione con il partner, lo spazio e l’obiettivo.
- Nell’edizione italiana di Audino il volume è compatto, 160 pagine, ma molto denso sul piano operativo.
- Funziona bene per chi studia, prova o insegna recitazione, soprattutto quando la performance si irrigidisce.
Perché questo libro è ancora un riferimento
Quando un manuale di recitazione continua a circolare dopo anni, di solito accade per un motivo semplice: risolve un problema reale. Nella scheda di Audino, il libro viene presentato come un aiuto per superare difficoltà, paure e inibizioni che bloccano l’interpretazione, e questa è già una buona sintesi della sua utilità concreta. Io lo considero ancora attuale perché non parla di “stile” in astratto: parla di energia scenica, di attenzione e di quella tensione interna che fa irrigidire voce, corpo e intenzione.
Nel 2026, tra scuole, workshop e metodi molto diversi, questo taglio resta utile per una ragione precisa: non promette scorciatoie psicologiche. Ti costringe a chiederti che cosa stai facendo in scena, a chi lo stai facendo e perché l’azione deve uscire da te invece di rimanere bloccata nella tua testa. È una distinzione semplice, ma cambia parecchio il modo in cui si lavora su un testo. Da qui si capisce meglio perché il cuore del libro non è teorico, ma operativo.
Che cosa significa davvero il bersaglio
Nel metodo di Donnellan il bersaglio non è un concetto vago né una metafora decorativa. È il punto preciso verso cui l’attore orienta l’azione: un partner, un oggetto, un evento, una persona immaginata, perfino una distanza emotiva da attraversare. L’idea utile è questa: se l’attore si concentra solo sul proprio stato interiore, tende a chiudersi; se invece dirige l’azione verso un bersaglio, la scena si apre e acquista necessità.
In pratica, il bersaglio può cambiare da momento a momento. Non è sempre il partner di scena in senso stretto, e non dovrebbe diventare un esercizio meccanico. Può essere:
- la persona a cui vuoi strappare una reazione;
- un oggetto che condiziona il ritmo della battuta;
- un punto dello spazio che aiuta il corpo a non rimanere fermo;
- un risultato scenico che deve accadere adesso, non “prima o poi”.
Questa prospettiva è interessante perché sposta il lavoro dell’attore dall’identità al compito. Il personaggio non è un blocco psicologico da contemplare, ma una direzione di gioco. E quando l’azione ha una direzione, la parola smette di essere spiegazione e torna a essere conseguenza. Il passaggio successivo è capire perché, proprio su questo punto, molti interpreti si inceppano.
Il blocco dell’attore visto da vicino
Il nodo più forte del libro è il “blocco” dell’attore. Non va letto come mancanza di talento, e Donnellan insiste indirettamente proprio su questo: il blocco è spesso una reazione normale a un eccesso di controllo. L’attore vuole riuscire, vuole essere efficace, vuole apparire giusto, e finisce per sorvegliarsi mentre recita. Da lì arrivano rigidità, voce trattenuta, gesti prudenti, emozioni che sembrano corrette ma non vivono davvero.
In scena i segnali sono abbastanza riconoscibili. Li riassumo così, perché li vedo spesso anche nel lavoro didattico:
| Segnale | Effetto sulla scena | Correzione utile con il bersaglio |
|---|---|---|
| Troppo autocontrollo | La battuta perde urgenza | Spostare l’attenzione su chi o cosa deve essere colpito |
| Ansia di fare bene | Il corpo si irrigidisce | Chiarire l’obiettivo immediato dell’azione |
| Interpretazione troppo mentale | La scena diventa illustrativa | Lavorare su impulso, risposta e relazione concreta |
| Paura di perdersi nel personaggio | L’attore resta esterno alla scena | Usare il testo come gesto verso l’altro, non come autodescrizione |
Il punto non è eliminare la coscienza, ma toglierle il monopolio. Quando il lavoro scenico si riduce a introspezione, spesso si perde il contatto con il partner e con il tempo della scena. È qui che la teoria di Donnellan diventa pratica, perché non ti chiede di “sentire di più”, ma di agire meglio. Da questa logica nasce il passaggio più utile: come portarla davvero in prova.

Come portare la teoria in sala prove
La forza di questo libro, secondo me, si vede quando smette di essere letto come un testo da sottolineare e diventa un attrezzo da usare. Non serve applicarlo in modo dogmatico; serve usarlo per riaccendere una scena che si è spenta. Il metodo funziona soprattutto se lavori con azioni concrete e non con spiegazioni troppo sofisticate del personaggio.
Un modo semplice per testarlo in prova è questo:
- Definisci che cosa il personaggio vuole ottenere in quel preciso momento.
- Individua il bersaglio più utile, che sia il partner, lo spazio o un elemento immaginato.
- Prova la battuta senza cercare l’emozione: cerca l’effetto sull’altro.
- Osserva se il corpo si libera quando l’attenzione esce da te.
- Rifinisci solo dopo, quando l’azione ha già preso forma.
Questo approccio è particolarmente utile nei monologhi, nelle scene in cui l’attore tende a spiegarsi troppo e nei passaggi in cui il testo “sa di recitato”. Non sempre basta da solo, perché non sostituisce il lavoro su ritmo, subtesto e drammaturgia, ma spesso sblocca quel primo centimetro di verità che manca per far partire la scena. Se poi lo confronti con altri metodi, le differenze diventano ancora più chiare.
Dove si colloca rispetto ad altri metodi di recitazione
Il manuale di Donnellan non va trattato come un rivale assoluto di Stanislavskij, Chubbuck o altri sistemi di lavoro. Io preferisco leggerlo come una lente: mette a fuoco una parte del problema e la rende molto concreta. Proprio per questo è utile confrontarlo con altri approcci, così capisci quando è il caso di usarlo e quando invece ti serve un altro strumento.
| Approccio | Centro del lavoro | Punto forte | Limite tipico | Quando rende di più |
|---|---|---|---|---|
| Donnellan | Target, azione, relazione | Disinnesca il blocco e rende viva la scena | Può sembrare troppo essenziale se cerchi una teoria psicologica ampia | Quando la recitazione si irrigidisce o diventa cerebrale |
| Stanislavskij | Circostanze date, obiettivi, verità scenica | Costruisce una base solida di analisi | Rischia di essere letto in modo scolastico | Quando serve una struttura profonda del personaggio |
| Chubbuck | Motivazione personale e trasformazione emotiva | Dà intensità e urgenza | Può spingere troppo sul vissuto individuale se non governato bene | Quando vuoi energia emotiva molto alta e precisa |
La differenza vera, però, non è teorica: è nella qualità dell’attenzione. Donnellan chiede all’attore di guardare fuori, non dentro, e questa inversione cambia subito il risultato. Se ti interessa un teatro più mobile, meno autoriferito e più esposto alla relazione, il suo libro è una lettura molto fertile. Rimane però un testo da usare con intelligenza, non da imitare in modo rigido.
Come leggerlo oggi senza trasformarlo in una ricetta rigida
La maniera migliore di avvicinarsi a questo libro è leggerlo con matita e prove aperte, non come un vangelo del mestiere. Alcuni passaggi sono più fecondi se li verifichi subito su una scena breve, perché il suo valore emerge quando osservi cosa cambia nel corpo, nel respiro e nella precisione dell’azione. Se studi da solo, prenditi una battuta e riscrivila chiedendoti: qual è il bersaglio, che cosa voglio colpire, che risposta sto cercando davvero?
Se invece insegni o dirigi, il testo può essere molto utile per correggere due tendenze diffuse: l’eccesso di psicologismo e la paura di sembrare “troppo esterni” alla parte. Il libro ricorda che la profondità non nasce dall’autoanalisi continua, ma dalla chiarezza del gesto scenico. È una lezione semplice, ma non banale, e proprio per questo continua a funzionare. Se la si prende sul serio, aiuta a fare una cosa rara: rendere l’attore meno bloccato e la scena più necessaria.
Se devo riassumere il valore del libro in una sola linea, direi questo: non offre una formula magica, ma un cambio di prospettiva molto concreto. Sposta la recitazione dal controllo dell’io all’azione verso l’altro, e in questo passaggio sta gran parte della sua forza. Per chi studia teatro, per chi prova regolarmente o per chi cerca un manuale capace di dialogare ancora con la pratica di oggi, resta una lettura che vale il tempo investito.